Mi chiamo Federica e nella vita faccio la traduttrice.

Sono una persona timida. Di quella 12-10-29_001timidezza che ti fa diventar rossa come un peperone quando vieni chiamata in classe, di quella timidezza per cui alle feste vorresti che la terra sotto ai tuoi piedi ti inghiottisse, di quella timidezza che ti provoca tremori da morbo di Parkinson quando, non sai neanche tu come, ti ritrovi a parlare davanti agli altri.
Sempre a disagio nella comunicazione orale, mi sono quindi votata fin da bambina alla parola scritta. A 7 anni scrivevo poesie in rima baciata su una sgargiante macchina da scrivere di plastica, sentendomi un incrocio tra Emily Dickinson e Jessica Fletcher, a 10 mi facevo pionera delle fan fiction, facendo vivere a un Leonardo Di Caprio slavato e dai capelli color biondo pagliericcio improbabili storie d’amore ambientate al tempo della corte di Luigi XIV, a 17 sfogavo le mie frustrazioni di adolescente in blog post criptici e dai toni depressi che probabilmente capivo solo io, e in tutto ciò riempivo pagine e pagine di diari con stream of consciousness degni del miglior (o peggior) Joyce.

Alla passione per le parole ho affiancato quella per le lingue, dall’inglese macinato a forza di Magic English, esperienze di homestay in Irlanda e in Australia, libri di Harry Potter e cd dei Green Day, al giapponese, in cui mi sono specializzata in 5 anni di studi all’Università di Venezia, passando per il francese, imparato grazie a lezioni da terrorismo psicologico di cui ricordo ancora alcuni dialoghi. Non soddisfatta, ho fatto le valigie e sono andata a vivere in Francia, Giappone e Canada (dove risiedo attualmente), perché quelle lingue volevo viverle oltre che parlarle.

Sono approdata alla traduzione dopo aver aspirato a diventare poetessa, cassiera del supermercato, piastrellista (“quella che mette le piastrelle sul Viale della Vittoria di Ancona” per la precisione), pediatra, star di Broadway, pilota di formula 1, giornalista sportiva e ninja. Oggi, ho incanalato questi sogni di gloria nella mia professione e mi occupo quindi di traduzione letteraria, medico-farmaceutica, del turismo, dello sport e di arte e cultura in generale (ho abbandonato il settore edile non appena la ristrutturazione del viale di cui sopra è stata completata, circa 15 anni fa). Dopo aver provato la via dell’insegnamento, dell’annotazione web e della traduzione in-house in qualità di project manager, ho deciso di volermi dedicare al 100% alla traduzione e sto intraprendendo la carriera di freelance. Nell’ottobre 2016, ho finalmente dato forma al mio brand, Ikigai Translations.

Cerco di contribuire a rendere il mondo un posto migliore traducendo no profit per Translators without Borders, The Rosetta Foundation e per l’Open Translation Project di TED.

Quando non sto traducendo, mi trovate a fare karaoke sfrenato nel mio piccolo monolocale, rigorosamente armata di microfono-scopa (perché un cantante senza microfono che cantante è), a fare stretching in improbabili posizioni nel tentativo di realizzare il mio sogno (impossibile) di riuscire un giorno a fare la spaccata, a guardare serie TV (possibilmente americane, possibilmente con gente che muore e possibilmente con una vaschetta di gelato al fiordilatte) o a leggere un buon libro in compagnia del mio orso di peluche.
Mi piacciono: i tramonti sul mare, le luci di Natale, il pane inzuppato nel latte e la luna quando assomiglia al sorriso dello Stregatto.

Sogno di girare il mondo e di tradurre tanta letteratura giapponese e per l’infanzia, perché nel profondo, ma neanche troppo profondo, ancora mi sento un po’ bambina anch’io.

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3 thoughts on “Chi sono

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