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Velleità settembrine e sogni olimpici

Gli interpreti, io li stimo e li invidio tantissimo. Ai miei occhi, hanno tutte quelle qualità straordinarie che a me mancano: sicurezza di sé, riflessi prontissimi, capacità di risolvere qualsiasi imprevisto, spigliatezza, sangue freddo. Io, che mi faccio prendere dal panico e dall’ansia per qualsiasi cosa e non sono esattamente la quintessenza dell’estroversione, ho sempre pensato che sarei stata una pessima interprete e non ho mai considerato seriamente l’idea di intraprendere questa strada. Tutto quello stress, ma chi me lo fa fare? Sto tanto bene a tradurre nel mio antro tutto il giorno, senza dover interagire con nessuno.

Però c’è un però. All’età in cui tutti i bambini vogliono diventare calciatori e le bambine ballerine, io volevo fare la cassiera, il muratore e imparare le lingue per andare a intervistare gli atleti di una svariata serie di sport. Il che ha una sua logica, sono cresciuta andando allo stadio e penso fossi l’unica bambina che a 12 anni guardava le gare di biathlon e salto con gli sci come se fossero film con Leonardo DiCaprio.

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Ultrà dal 1989

Con le Olimpiadi di Tokyo (e sottolineo Tokyo) che si avvicinano a una velocità supersonica, le mie velleità da Elisabetta Caporale sono pian piano riemerse dalla prigione mentale del “non sono capace” in cui le avevo diligentemente rinchiuse.

La voce della mia coscienza mi ha gentilmente ricordato che, finché non fai almeno un tentativo, non puoi dire di non essere capace di fare qualcosa. Soprattutto se quel qualcosa ti sta a cuore. Quanta gente vuoi che esista al mondo che parla giapponese e italiano ed è in grado di sciorinare i nomi di tutta la squadra di tuffi della Gran Bretagna? [Si ringrazia il canale YouTube di Tom Daley] Diamo un senso alle ore passate su siti di streaming più o meno legali in cerca delle più disparate manifestazioni sportive.

Questo lungo preambolo per dire che, anche se tutti i tratti della mia personalità mi remano contro, voglio dare una chance a me stessa e mettermi alla prova con l’ennesima sfida. Sono lieta (almeno per adesso) di annunciare il mio personalissimo esperimento socialeRoad to Tokyo 2020”.

Obiettivo finale: essere ingaggiata per le Olimpiadi. Non necessariamente da un ente figo (quelli si muovono con anni di anticipo), anche un riccone italiano appassionato di boccette acrobatiche andrà benissimo.
Fasi di svolgimento: varie, più o meno (ir)realizzabili, il cui comune denominatore è lo STUDIO/PRATICA.

Magari mi accorgerò di non essere affatto portata per l’interpretariato, magari invece mi piacerà tantissimo; magari sbatterò la testa fortissimo contro il muro della realtà e tornerò nel mio antro con qualche sogno infranto e la coda tra le gambe… ma almeno avrò acquisito nuove competenze, fatto nuove esperienze e potrò dire di averci provato.

Comunque vada, mi impegno a condividere questo esperimento sociale con chiunque di voi abbia la pazienza e la voglia di leggermi. In un mondo ideale, l’aggiornamento sulla situazione sarebbe bimestrale, ma nella realtà un asteroide a forma di Buondì potrebbe colpirmi domani, quindi non faccio promesse che potrei non essere in grado di mantenere.

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Settembre 2017 – Costruire fondamenta solide + potenziamento della lingua

Cartella in spalla e si torna a scuola! Dopo aver vagliato varie possibilità, ho deciso di cominciare dalle basi per gente ignorante alla Vancouver School of Interpreting. Sono solo alla seconda lezione, quindi è ancora presto per fare bilanci. Abbiamo già iniziato a fare esercizi intensivi per la memoria, il che mi fa ben sperare per un corso dall’impronta pratica.

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Del potenziamento della lingua parlerò più approfonditamente più avanti. Per adesso, basti sapere che negli ultimi mesi la discrepanza netta tra il mio inglese e il mio giapponese, sia in termini di vocabolario che di fluidità nel parlato, è diventata crescente motivo di ansia e sprezzo di me stessa. Ho quindi messo a punto un programma di potenziamento, che provo a seguire tutti i giorni. Non sempre ci riesco, ma almeno ho imparato a dire e scrivere 国際連合安全保障理事会 [Consiglio di Sicurezza dell’ONU], oltre a un sacco di termini sui missili nord-coreani. #lifegoals

Stay tuned per il prossimo aggiornamento!
Conto alla rovescia a Tokyo 2020: 1042 giorni

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10 Dorama giapponesi per giappocuriosi

Da anime a dorama

Sfatiamo un luogo comune sui nipponisti: non tutti abbiamo una passione viscerale al limite della compulsione per gli anime [aka i cartoni giapponesi]. O meglio, non tutti abbiamo intrapreso il periglioso percorso di studio della lingua con l’obiettivo di poter guardare gli anime in lingua originale e spoilerare a tutti il finale di questo o quell’altro cartone. [Anche se qualcuno proverà a usarvi a questo scopo, tipo mia sorella che voleva che, a tempo perso, le sottotitolassi l’ultimo film di Naruto]

Non rinnego il mio passato, quante ore di pura beatitudine passate a guardare Rossana, Mila e Shiro, Holly e Benji, Sailor Moon e compagnia cantante all’ora di merenda, mangiando Nastrine e Kinder Paradiso come se non ci fosse un domani… Oggi, tuttavia, tranne un paio di eccezioni per capolavori quali Full Metal Alchemist e Death Note, ho messo da parte gli anime per passare ai “dorama”.

I dorama (= drama) sono le serie TV giapponesi, una sorta di via di mezzo tra le americanate con un budget di miliardi di dollari e le telenovelas argentine in cui spunta la mano della mamma del regista che tira batuffoli di cotone per ricreare l’effetto nevicata. I dorama hanno quello strano effetto ipnotico per cui, pur riconoscendo le debolezze della trama o della sceneggiatura o della recitazione o di chi più ne ha più ne metta, non riesci a staccare gli occhi dallo schermo e finisci per guardare 10 puntate di fila mandando all’aria la tua giornata lavorativa o peggio, amicizie d’infanzia.

Da nipponista/studentessa di giapponese per il resto della mia vita, trovo i dorama molto più utili degli anime per migliorare la comprensione del parlato – la lingua, l’intonazione, le inflessioni regionali sono più autentiche rispetto ai cartoni, nei quali tutto viene invece esagerato, dalle espressioni ai toni di voce. Per i curiosi invece, i dorama sono un’ottima finestra sulla cultura giapponese, per un primo contatto con tanti piccoli aspetti della vita quotidiana. (Poi ovviamente non va preso tutto come oro colato, sempre di fiction si tratta).

10 dorama da vedere

Questo sproloquio solo per dire che ho selezionato, con molta fatica devo dire, alcuni tra i miei dorama preferiti, per chi si sente temerario durante le vacanze e ha voglia di scoprire qualcosa di diverso dall’offerta di Netflix. L’ordine è puramente casuale.

1 Litre of Tears [一リットルの涙 – Ichi ritoru no namida] 2005
Come avrai già intuito dal titolo, è una storia triste, molto triste. Ad Aya viene diagnosticata una malattia degenerativa incurabile a 15 anni e il dorama segue le sue vicende nei 10 anni successivi. Ps. Tratto da una storia vera.
Categoria: Da piagne un bel po’

Smile [スマイル – Sumairu] 2009
Vito è un ragazzo metà filippino e metà giapponese, nato e sempre vissuto in Giappone, che in seguito a un incidente viene ingiustamente accusato e messo in prigione.  La serie si concentra sulla discriminazione che spesso stranieri e/o bambini di razza mista si ritrovano a subire nel paese del Sol Levante.
Categoria: Triste quanto basta

Hana yori dango [花より男子- Boys before flowers] 2005 e 2007
Classica serie molto leggera e dalla trama scontata, che però si guarda sempre volentieri. Racconta dell’improbabile storia d’amore tra uno dei ragazzi più popolari e ricchi della scuola e l’unica studentessa normale (leggasi povera) della stessa. Come passare da un caso di bullismo alla storia romantica del secolo in 9 puntate.
Categoria: Commedia romantica

Never Let me Go [私を離さないで – Watashi wo hanasanaide] 2017
Adattamento giapponese del celebre romanzo di Kazuo Ishiguro. È la storia di un’amicizia particolare tra due ragazze e un ragazzo, allevati in una sorta di collegio in cui viene data grande importanza all’arte. Si scoprirà in realtà che tutti i bambini della scuola sono cloni, la cui istruzione è finalizzata a prepararli al meglio per il loro ruolo di infermieri e donatori. (Se preferisci partire con la versione occidentale, esiste anche un film con Keira Knightley, che ancora non ho visto, ma pare sia stato ben ricevuto dalla critica).
Categoria: Distopico tristino

Liar Game [ライアーゲーム ]. 2007 e 2010
Bellissimo. Tratto da un manga, che non ho letto, narra le vicende di Nao, una ragazza che un bel giorno riceve 100 milioni di yen e una lettera che la informa di esser stata selezionata per il Liar Game, un gioco in cui ogni concorrente deve cercare con l’inganno di ottenere i soldi degli avversari. Chi perde matura un debito di 100 milioni di yen, chi vince potrà tenere il denaro. La malcapitata Nao viene derubata del suo denaro all’istante, perciò decide di chiedere aiuto a un truffatore appena uscito di prigione.
Categoria: Psicologico figo

Future Diary [未来日記 – Mirai Nikki] 2011
12 persone ottengono misteriosamente un diario in grado di predire il futuro (fino a 90 giorni). Scopriranno ben presto, però, di essere parte di un gioco di sopravvivenza in cui ciascuno dovrà usare il diario per cercare di uccidere gli altri e rimanere l’unico superstite.
Categoria: Thriller psicologico un pochino angosciante

Kazoku Game [家族ゲーム – The family game] 2013
Koya Yoshimoto viene assunto da una famiglia facoltosa per dare ripetizioni al figlio più piccolo in vista degli esami di ammissione al liceo. L’insegnante, un tipo a dir poco eccentrico, tuttavia, si insinuerà nella loro vita quotidiana distruggendone tutti gli equilibri.
Categoria: Psicologico Strano

Code Blue [コード・ブルー] 2008 – 2010 -2017
Grey’s anatomy in versione giapponese, ma senza il 99% degli intrecci amorosi. Sta andando in onda ora la terza stagione dopo uno iato di 7 anni, ma ovviamente gli attori non sembrano invecchiati di un giorno.
Categoria: Medico

Alice no toge [アリスの棘] 2014
Una brillante dottoressa decide di dedicare la propria vita a vendicarsi dei medici responsabili della morte di suo padre. Il fatto che lasci alle sue vittime messaggi in codice con personaggi e citazioni di Alice nel Paese delle Meraviglie è una cosa bellissima.
Categoria: Psicologico un po’ dark

Gō: Hime-tachi no Sengoku [江〜姫たちの戦国] 2011
Volevo a tutti i costi inserire un dorama storico nella lista e questo è davvero ben fatto. È ambientato nell’epoca delle grandi guerre del Giappone, dalle quali poi si arriverà all’unificazione del paese. Il punto di vista da cui è narrata la vicenda è quello di Gou, figlia della sorella di Oda Nobunaga, una principessa testarda e determinata costantemente in conflitto tra la sua voglia di indipendenza e il senso del dovere verso la sua famiglia.
Categoria: Storico

Dove e come guardare tutti questi bei dorama

Last but not least: dove guardarli?
Risposta Ufficiale: Si possono comprare su Amazon, che ti recapiterà i DVD sulla porta di casa in pochi giorni.
Risposta Ehm Ehm: Esistono piattaforme più o meno legali online dove è possibile guardarli in streaming. Diciamo che cercando gogodrama su Google a scopi di ricerca potresti trovare qualcosa.

Nota importante: Gli episodi sono al 99% sottotitolati in inglese, quindi non preoccuparti se non mastichi il giapponese.

Ce ne sarebbero molti altri da inserire in lista, ma l’articolo è già diventato lunghissimo. Fammi sapere quale genere ti interessa nei commenti e ti manderò qualche raccomandazione personalizzata: da dorama di cucina a quelli di detective, legali, paranormali… ne ho per (quasi) tutti i gusti! 🙂

Sulle orme di… Ann-Marie MacDonald

Mentre davanti ai miei occhi sfilano – in quest’ordine e a distanza di poche ore – le praterie canadesi e l’Ontario, tra foreste, laghi, baie soleggiate e bufere di neve, la famiglia McCarthy, sulle pagine del mio Kindle, si stabilisce nella stessa area, nella base della Royal Canadian Air Force di Centralia. I viali come sospesi nel tempo, i cavi dell’alta tensione, le villette dai colori vivaci, i corvi appollaiati sui fili sembrano uscire dalla pagina e proiettarsi fuori dal finestrino sporco del mio pullman, fermo in un villaggio semi-deserto che odora di erba tagliata e polvere, come nel riflesso di una realtà parallela.

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Foto scattate tutte nella stessa giornata (lo giuro!!)

Non serve passare 70 ore su un pullman attraverso il Canada centrale per venir risucchiati nelle atmosfere raccontate da Ann-Marie MacDonald in questo romanzo. The way the crow flies –  Come vola il corvo in italiano, edito da Mondadori e tradotto da Giovanna Granato – è un romanzo denso, profondo, crudo, introspettivo e poetico allo stesso tempo. Il realismo delle descrizioni è tale che a volte si ha l’istinto di distogliere lo sguardo dalla pagina, come se si stesse assistendo di nascosto a una scena a cui non si è stati invitati. È un romanzo che si legge tutto d’un fiato, ma che forse andrebbe riletto più volte per cogliere gli infiniti spunti di riflessione che offre. I temi controversi non mancano: abuso, guerra fredda, discriminazione, omicidio, politica, omosessualità, pregiudizio, religione, rapporto genitori-figli.

“I wanted to evoke, somehow, in a sort of way, the idea that we’re not alone, that our human perspective isn’t everything. And that was really what the title was about. You know, the way the crow flies is… we say that’s the most direct route, but the way the crows fly is that… the crows fly and they really notice what’s on the ground. When we fly, especially when we get to spaces like the moon or where we’re sending missiles… to destroy other people or the Earth, we’re not looking down, you know, we’re just looking at the target! So that was also on my mind” (Da un’intervista a Ann-Marie MacDonald)

2017-04-09 14.58.13-1La storia non ve la racconto, perché credo sia giusto lasciare al libro la prerogativa di sorprendere, deludere, far commuovere o sognare. Vi basti sapere che è ambientato per larga parte negli anni Sessanta e al centro della vicenda c’è l’omicidio di una bambina che sconvolgerà gli equilibri dei McCarthy, una sorta di versione canadese della famiglia del Mulino Bianco.

Per me che ho un debole per le bambine ribelli, il valore aggiunto di questo romanzo è il punto di vista: è la protagonista novenne Madeleine, infatti, che ci accompagna attraverso la vicenda, con l’acume e la consapevolezza di chi alla sua età ha visto e provato cose che farebbero capitolare anche un adulto, ma anche con quel pizzico di candore e tenerezza che la fanno rimanere bambina. Madeleine ha la forza di chi pensa con la propria testa e non ha paura di andare controcorrente, unita a una sensibilità dolcissima che la porta a fingere ingenuità per non ferire i suoi genitori o a colpevolizzarsi per voler più bene al suo Bugs Bunny di peluche che a Dio.

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“Immense fields, endless miles between towns, so much forest and scrub unspoken for, Crown lands, shaggy and free. Three days driving through geological eras, mile after mile and still Canada.” (The way the crow flies, p.19)

Prima di leggere questo libro non conoscevo Ann-Marie MacDonald, ma in tante cose ricorda la Madeleine della sua storia. È una donna all’apparenza severa, dotata di un umorismo pungente e sagace, che non ha problemi ad affrontare temi e realtà a volte scomode. Il suo Canada è un paese con le sue contraddizioni e i suoi cortocircuiti, pur nella sua bellezza, e lei riesce a sottolineare e far convivere entrambi gli aspetti in modo magistrale.

Mentre il pullman, all’alba del terzo giorno, si addentra finalmente tra le strade addormentate di Toronto, chiudo il Kindle con tanti pensieri… Abbiamo davvero il diritto di determinare il destino di una persona innocente perché “è il male minore”? Siamo davvero noi adulti a proteggere i bambini dagli orrori del mondo o sono loro a proteggere noi? Quanto sottovalutiamo la loro sensibilità e capacità di discernimento? Dire la verità paga sempre?

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[Okay, lo ammetto, ho anche pensato di andare a stalkerare l’autrice, che a Toronto ci vive, ma non sarebbe stata altrettanto poetica come conclusione].
Stalkeraggio a parte, se vi verrà voglia di leggere il libro, fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti 🙂

Sulle orme di… Emily Carr

Uno spaccato di British Columbia attraverso gli occhi di una donna troppo avanti per il suo tempo

Il primo ricordo vivido che ho di Emily Carr risale a molto più di un quarto di secolo fa, a un’epoca in cui lei viveva a Victoria, British Columbia, artista ancora completamente sconosciuta ai più, e disprezzata, ridicolizzata o persino trattata con ostilità da chi la conosceva come tale. A quei tempi, era una figura familiare che passava lungo Simcoe Street di fronte a casa nostra. Ogni mattina, con una puntualità metodica su cui si sarebbero potuti puntare gli orologi, passava per andare dal droghiere o dal macellaio. Spingeva davanti a sé una carrozzina vecchio stile in cui era seduto il suo animale domestico preferito, Woo, una piccola scimmia giavanese agghindata in un costume a tinte sgargianti nere, rosse e marroni che Emily le aveva cucito. Mentre camminava, le saltavano intorno sei o otto bobtail dal pelo arruffato, appartenenti alla cucciolata che allevava per poi vendere. Mezz’ora dopo, la vedevi tornare, con la carrozzina strapiena di pacchi e pacchettini; Woo la seguiva balzellando all’estremità di un guinzaglio (…). All’epoca, come tutti i bambini dietro le siepi e la maggior parte dei cittadini che le prestassero un minimo di attenzione, la ritenevo una donna eccentrica di mezz’età che possedeva un caseggiato su Simcoe Street vicino a Beacon Hill Park, si circondava di animali vari – uccelli, scoiattoli, ratti bianchi e la sua amata Woo – e allevava cucciolate di bobtail nel suo ampio giardino.

[Ila Dilworth, Foreword to Klee Wyck, D&M Publishers, 2009 Trad. mia]

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Beacon Hill Park, Victoria, BC

Immagina di essere alla scrivania a lavorare, alzare la testa per un momento e vedere una signora vestita a colori sgargianti passare per la strada con una scimmia in una carrozzina e un branco di cagnolini pelosi al seguito. La considereremmo una vista eccentrica anche oggi, quindi puoi immaginare quanto scalpore suscitasse in una città borghese come Victoria alla fine dell’Ottocento. Essere un’artista non è facile in nessuna epoca, tanto meno per una donna originale, versatile, creativa e fortemente all’avanguardia in una zona del Canada che stava facendo il possibile per svilupparsi a immagine e somiglianza della madrepatria.

Penultima di 9 figli, già da piccola Emily era la bambina incubo di ogni genitore in una società che valorizza l’apparenza: giocava all’aperto invece che con le bambole, cantava alla mucca di famiglia, si arrampicava sugli alberi, cercava di addomesticare i corvi, diceva ciò che pensava con un candore poco apprezzato. Da adulta, è divenuta una donna eccentrica, determinata, con una visione del mondo innovativa e audace, che non è mai scesa a compromessi in ciò che le stava veramente a cuore.
Emily Carr è nata come pittrice, ma io l’ho scoperta come scrittrice per caso, in una delle mie incursioni in biblioteca alla ricerca di ispirazione fuori dal seminato, e i suoi libri hanno subito parlato alle mie insicurezze, a un livello più profondo della semplice narrazione.

Chi ama opere dalla trama intricata e dai ritmi serrati, probabilmente non apprezzerà la sua scrittura. Emily Carr ha scritto principalmente racconti molto brevi, pillole di vita quotidiana, a impronta fortemente autobiografica, intrisi allo stesso tempo di realismo e di qualcosa di etereo un po’ fuori dal tempo. Emily scriveva per se stessa, in parte per alleviare la solitudine, in parte per visualizzare in modo più vivido nella mente i soggetti che si apprestava a dipingere. Il suo quindi è uno stile descrittivo, che vuole essere il più acuto e preciso possibile, senza fronzoli o elementi superflui, come una serie di pennellate di colore veloci e sicure simili alle sue tele. Le sue opere esulano da modelli letterari esistenti, perché in ultima istanza volevano descrivere in modo sincero la sua anima d’artista, senza emulare nessuno.

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Gli amanti degli animali apprezzeranno The Heart of a Peacock, una raccolta postuma che ripercorre il rapporto di Emily con gli animali nel corso di tutta la sua vita: da corvi a cagnolini, da ratti a un pavone, fino alla sua carissima scimmia Woo, a cui è dedicata un’intera sezione del libro.

The Book of Small, invece, racconta, attraverso i suoi occhi di bambina, una Victoria in via di sviluppo, la vita in famiglia e la quotidianità della casa, le convenzioni della società e la ricerca di un’identità canadese in un ambiente estremamente inglese.

Klee Wyck, il mio preferito, narra soprattutto del rapporto di Emily con gli indiani delle Prime Nazioni, un rapporto dai tratti delicati e a volte commoventi, descritto con una semplicità intrisa di profondità e affetto. Emily è stata una grande viaggiatrice; impavida, si è spinta sulle isole e nei villaggi aborigeni della British Columbia, da Haida Gwaii alla regione del fiume Skeena, ai villaggi della costa occidentale di Vancouver Island, da sola, adattandosi alle circostanze, rispettando profondamente le culture con cui si trovava a interagire e producendo dipinti (e storie) di qualità pregiatissima.

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Gitwangak (Haida Gwaii), Emily Carr, 1912, Art Gallery of Ontario, Toronto

The House of All Sorts oggi si intitolerebbe La dura vita dell’AirBnber: è infatti una raccolta simpatica delle disavventure di Emily come affittacamere, in una sorta di cronaca variegata delle esperienze vissute con i suoi affittuari in un AirBnB ante-litteram.

La determinazione di chi crede in quello che fa

Di Emily Carr, oltre che la qualità dei dipinti e delle opere scritte, mi ha colpito la determinazione, il suo aver continuato diligentemente a dipingere, nonostante la completa mancanza di incoraggiamento dal mondo esterno. Emily Carr dipingeva e scriveva come atto di devozione, una forma di comunione con il grande spirito del mondo naturale.

Oggi Emily Carr è un’istituzione in British Columbia e in Canada. A lei è intitolata l’Accademia di Belle Arti e Design di Vancouver e la Vancouver Art Gallery espone una collezione permanente di sue opere. Dalle sue avventure nelle scuole d’arte di Londra e Parigi allo sviluppo graduale in quella che sarebbe diventata la più famosa pittrice di paesaggi del Canada, la storia di Emily, donna più avanti del suo tempo, è un testamento all’individualità e allo spirito umano. E ci insegna a perseguire ciò in cui crediamo, senza mollare. 🙂

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Skidegate (Haida Gwaii), Emily Carr, 1928, Art Gallery of Ontario, Toronto

[*Disclaimer: tutte le foto nei post sono scattate dalla mia “abile” mano]

Di inceppamenti e tanti nuovi chilometri da macinare…

Quando lavori come freelance, non hai scuse. La qualità del tuo lavoro, la tua produttività, la tua capacità di trovare, mantenere e soddisfare i tuoi clienti, tutti i sì e tutti i no che dici, sono una tua responsabilità e ricadono su di te. Successi e fallimenti dipendono dalla tua determinazione, dalla tua voglia di andare avanti per la tua strada, dalla tua capacità di esprimere quanto vali. Questo clima di sfida continua è molto stimolante, ma, nella mia esperienza, a volte anche opprimente, come se la strada che ho intrapreso d’un tratto sembrasse molto più grande di me e al di sopra delle mie capacità. È un’angoscia che mi attanaglia più spesso di quanto mi piace ammettere: quando i miei sforzi per posizionarmi in una fascia di mercato leggermente diversa non danno alcun risultato, quando non sono all’altezza delle mie aspettative, quando non riesco a far capire alle persone il valore del mio lavoro e del mio tempo, quando il percorso che ho immaginato per me stessa, nella vita lavorativa e non, prende una piega diversa e mi ritrovo confusa nel bel mezzo del nulla.

Insomma, quando mi sento una Donna C[hi]osciotta che combatte contro le pale eoliche, quando devo “disincepparmi” da una situazione di stasi, io ho un bisogno impellente e non sempre razionale di un cambio di prospettiva, di nuova ispirazione, di una ricarica del filtro incanto con cui vedo le cose. Il modo più efficace per farlo? Per me, viaggiare. Continuare a guardare il mondo con meraviglia è una delle promesse che ho fatto a me stessa e uno dei punti cardinali della persona che voglio essere. Ho deciso quindi di partire per una (mini) avventura, alla ricerca di nuovi scenari, nuovi modi di vivere, nuova magia, per raccogliere storie, immagini, parole e ricordi.

Il mio viaggio, in solitaria, durerà 35 giorni e mi porterà da una costa all’altra del Canada, per un totale di circa 10.000 km attraverso 8 province, via aereo, pullman, treno, autobus, traghetto, macchina e bicicletta. Dalle isole di Haida Gwaii, dimora dell’affascinante popolazione Haida, alle montagne del Jasper National Park, alla cosmopolita Toronto, alla potenza delle cascate del Niagara, alla maestosa capitale Ottawa, all’atmosfera europea di Montréal e Québec, alle viste bucoliche della penisola della Gaspésie, fino ad Halifax, città poliedrica conosciuta anche per essere il luogo dove hanno sepolto Jack dopo che la simpatica Rose l’ha lasciato annegare nell’oceano gelato [aka dove hanno sepolto le vittime del Titanic].

 

Viaggerò da sola, principalmente perché sono una viaggiatrice hard-core da camerate in ostello e ritmi serratissimi, ma, alla luce degli eventi recenti, anche per dimostrare che noi donne siamo capacissime di cavarcela da sole e abbiamo il diritto di scegliere dove, come e con chi viaggiare.

Continuerò a lavorare on the road e cercherò di raccogliere quanto più materiale possibile da condividere qui sul blog:

  • Una nuova rubrica, “Sulle orme di…”, in cui parlerò di scrittrici e scrittori canadesi meno conosciuti all’estero, visitando per quanto possibile i luoghi che ne hanno ispirato le opere;
  • Una panoramica, a fine viaggio, di una campagna di marketing offline che sto preparando per ogni città in cui passerò;
  • Qualche curiosità su lingue e culture canadesi in via d’estinzione, con un focus particolare sulla popolazione Haida.

Se vuoi seguire le mie peregrinazioni nei prossimi 35 giorni, puoi:

  • Seguirmi su Instagram [@ikigaitranslations], per foto e aggiornamenti (spero) quotidiani
  • Seguire la mia pagina Facebook [@ikigaitranslationstudio], dove cercherò di postare un aggiornamento ogni giorno
  • Seguire il blog per i post di cui sopra (il cui calendario editoriale è ancora incerto per ovvi motivi) e chissà, magari anche qualche riflessione disordinata a mo’ di diario di viaggio. Se ci sono cose particolari che ti incuriosiscono su cui ti piacerebbe scrivessi qualcosa, fammi sapere nei commenti! 🙂

Che l’avventura abbia inizio!

 

Redenzione di una disordinata cronica: money!

La terza (e ultima?) parte dell’esperimento è riservata a un argomento che, volenti o nolenti, sta molto a cuore a tutti quanti: lo sporco denaro. Perché i soldi non fanno la felicità, ma ti comprano un bel biglietto aereo per andare da qualche parte, il che (per me) è più o meno la stessa cosa. Devo confessare, con molta vergogna, che fino all’anno scorso avevo un’idea molto vaga dei miei guadagni e il mio obiettivo economico annuale poteva essere riassunto con “abbastanza soldi per vivere”. SBAGLIATISSIMO, sia a livello pratico, sia a livello psicologico.

Come rimediare: Kakebo sì, kakebo no?

Il Kakebo [no, non è una parolaccia] è un simpatico “libro dei conti” giapponese dove annotare entrate e uscite dividendole in categorie (sopravvivenza, optional, cultura, extra). Essendo focalizzato soprattutto sulla gestione responsabile delle finanze, a inizio mese ti viene chiesto di fissare un “obiettivo di risparmio” da raggiungere, che verrà calcolato dopo aver fatto la somma di tutte le entrate e le uscite del mese in questione. Il sistema di divisione in categorie è utile perché ti permette di vedere immediatamente in quali aree tendi a spendere troppo e, per così dire, raddrizzare il tiro. Nonostante sia perfetto per monitorare le spese personali, non è l’ideale per i freelance perché presuppone uno stipendio fisso e non prevede uno spazio dedicato alle spese lavorative. Per ovviare all’inconveniente, io e il mio morbo di Canva abbiamo creato dei template ad hoc che soddisfacessero le nostre esigenze.

Spese Personali

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Per le spese personali, ho semplicemente ricreato la suddivisione del Kakebo, a cadenza mensile invece che settimanale, visto che sono parsimoniosa per natura e non ho una famiglia da sfamare. Per le famiglie è senz’altro più pratico comprare il Kakebo, che è strutturato come un’agenda settimanale e ha quindi molto più spazio. La suddivisione in quattro categorie prevede:

  • spese di sopravvivenza: alimentazione, salute, trasporti
  • optional: vestiti, cosmetici, spese legate al tempo libero
  • cultura: arricchimento culturale e fisico (libri, musei, ecc)
  • extra: emergenze, oggetti di lunga durata (in parole povere, sfighe come la rottura della lavatrice)

Spese Lavorative

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Ho applicato lo stesso principio per le spese lavorative, ma questa volta ho ricavato le categorie dal mio modulo delle tasse. [Per un microbusiness come il mio, qui in Canada per il momento non ho bisogno di affidarmi a un commercialista, ci sono vari software online che mi fanno delle domande e poi compilano tutto per me.] Anche qui la cadenza mensile per me è più che sufficiente.

Guadagni!

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Come ben sappiamo, i clienti che pagano alla consegna di solito si contano sulle dita di una mano, il che rende difficile dare una definizione univoca di guadagno mensile. Cosa considero, infatti, come guadagno mensile? L’importo che ho fatturato o quello che ho effettivamente messo in saccoccia? Per ovviare alla questione esistenziale, ho diviso i guadagni in due parti, un maialino sorridente ciascuno: i guadagni reali a sinistra e la cifra fatturata a destra. La colonna CAD (dollari canadesi) serve a me per la conversione quando vengo pagata in altre valute.

Ricapitulescion

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Infine, c’è una panoramica del mese. Inizio controllando tutto il denaro sparso tra le varie piattaforme, nel mio caso conto canadese, conto italiano e due conti Paypal divisi per valuta. Nelle nuvolette invece vanno i totali: tutte le spese, tutti i guadagni e tutto il fatturato del mese. Poi abbiamo l’IVA da “restituire” e i crediti d’imposta per cui posso chiedere il rimborso. Infine l’importo risparmiato per il tale mese.

I vantaggi di questo metodo rispetto al caos totale precedente sono abissali (non che ci volesse molto): ho già tutto in ordine in vista del fatidico momento del calcolo delle tasse, ogni mese so esattamente quanto ho guadagnato e a che punto sono rispetto all’obiettivo annuale, so quanto ho risparmiato e di conseguenza quando concedermi uno sfizio o quando ridurre le cene a base di sushi.

E con questo, i modelli organizzativi da persona ossessivo-compulsiva sono (quasi) finiti! Avrei un piccolo bonus, creato più per diletto che per la sua utilità effettiva… ma magari ne parliamo la prossima volta! 😉

Come al solito, se hai consigli e suggerimenti, condividili pure nei commenti 🙂

Liebster Award

La settimana scorsa questo angolino di paese delle meraviglie ha avuto l’onore di ricevere due nomination per il Liebster Award. La prima è arrivata da Linguaenauti, un blog su traduzione e lingue ricco di spunti interessanti e curato in modo magistrale da Eleonora Cadelli. La seconda, invece, direttamente da Londra, dalla talentuosa Martina Eco, aka 3P Translation, che nei suoi post offre un sacco di consigli utili, di marketing ma non solo, per traduttori freelance.

“Il LIEBSTER AWARD è un premio virtuale nato nel 2011 e riguarda il mondo dei blog. Viene conferito da blogger ad altri blogger considerati meritevoli per il lavoro svolto. Non si vincono soldi o cose del genere, bensì qualcosa di altrettanto prezioso: si guadagna e si offre visibilità in un clima di supporto reciproco ed espressione di stima.”

E come funziona? Ecco come procedere una volta che si è stati nominati:

  • ringraziare chi ci ha nominato e linkare il suo/loro blog;
  • rispondere alle domande che ci sono state rivolte;
  • nominare a nostra volta altrettanti bloggers e rivolgere loro le nostre domande;
  • comunicare agli interessati che sono stati nominati.

Ecco le domande di Eleonora (quelle in italiano) e di Martina (quelle in inglese) e le mie risposte:

Cosa ti ha spinta ad aprire un tuo blog?

Il mio blog è nato come “sostituto temporaneo” di un sito internet ufficiale, che all’epoca per questioni di visto non potevo aprire. E poi per farmi conoscere un pochino nell’ambiente, per dimostrare a me stessa di essere in grado di portare avanti un progetto con costanza e come mezzo per fare ordine al caos di idee che spesso ho nella testa.

If you could start a business with a historical character, who would it be and why?

George Orwell o Edgar Allan Poe, semplicemente perché sono scrittori che stimo tantissimo. Con Poe potrei creare un’Escape Room a tema thriller, con Orwell invece potrei darmi al lavoro in fattoria (rigorosamente senza maiali però, che tendono a soffrire di delirio d’onnipotenza).

Qual è la lingua che ti fa sentire a casa, ovunque tu sia?

Amo tutte le mie lingue di lavoro, ma quella che mi fa davvero sentire a casa  è e credo rimarrà sempre l’italiano: per la musicalità, la ricchezza delle sue espressioni e perché è la lingua che associo a tutti i ricordi d’infanzia e alla mia famiglia.

What is your favourite word (in English or Italian) and why?

“Ciacolare” è una delle mie parole preferite, per il suo suono bellissimo che mi ricorda le onde.

Se non facessi il tuo mestiere, cos’altro ti sarebbe piaciuto fare?

Cantante di musical o pilota di Formula 1.

Business success as a cocktail: what is your recipe?

65% determinazione e duro lavoro, 30% gentilezza ed empatia, 5% fortuna (essere nel posto giusto al momento giusto).

Al termine di una dura giornata di impegni e lavoro, qual è l’attività che ti fa sospirare “finalmente”?

Un po’ di sano karaoke sotto la doccia, un po’ di stretching rilassante guardando una serie TV oppure un buon libro.

If you had Aladdin’s lamp in your hands, what would be your three wishes?

Questa è facile! Chiederei:

  1. Il teletrasporto, per non perdermi più neanche un Natale o un’occasione speciale con la mia famiglia (e viaggiare gratis e partecipare a tutti gli eventi di formazione possibili e immaginabili).
  2. l’opportunità di tradurre libri.
  3. Per il terzo posto se la giocano a pari merito il super potere di imparare nuove lingue velocemente e quello di mangiare tutta la pizza e il gelato che voglio senza ingrassare.

Attualmente qual è il sogno che non ti fa dormire?

Sogno di viaggiare in lungo e in largo. Sono a Vancouver da 3 anni e la necessità di muovermi inizia a farsi sentire. Mi piacerebbe passare qualche anno on the road, cambiando meta una volta ogni 2-3 mesi, per visitare a fondo il Sud-est asiatico (e il Sudamerica, l’Africa, le isole dell’Oceania…)

What is the album or song that changed your life (we all have one!) and how?

Fallen degli Evanescence. Mi piace pensare che quest’album abbia segnato una svolta in meglio nei miei gusti musicali e nel mio modo di vedere il mondo. Amy Lee è ancora adesso uno dei miei miti indiscussi e credo che sempre lo sarà.

Ed ora è il momento delle mie nomination:

La bottega dei traduttori, un gruppo di traduttori professionisti che si occupa della traduzione di letteratura classica da varie lingue.

Diario di una traduttrice editoriale, il blog di Thais Siciliano sulla traduzione editoriale.

Lo sto quasendo, il blog/canale You Tube di Francesca Caracciolo, una miniera di consigli utili su libri di tutti i generi.

Giappone Mon Amour, il meraviglioso blog sul Giappone di Laura Imai Messina, che farebbe innamorare del Giappone anche i più scettici.

Doppioverso, il blog di Chiara e Barbara su traduzione, vita da freelance e molto di più. Lo so, è già stato (giustamente) nominato novecento volte, ma è stato la prima fonte d’ispirazione e non potevo proprio ometterlo dalla lista.

Infine, le mie domande:

  1. Un pregio e un difetto del tuo blog
  2. Un libro che ha avuto un impatto fondamentale sulla tua vita.
  3. Un personaggio storico o fittizio che ti ha ispirato o in cui ti rivedi.
  4. Una cosa che ti piacerebbe imparare a fare se ne avessi il tempo.
  5. Una qualità, un progetto, un’avventura per cui ti piacerebbe essere ricordata dai posteri.

Grazie ancora a Eleonora e Martina per avermi dato la possibilità di partecipare a questa bella iniziativa! 🙂

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Redenzione di una disordinata cronica: Project Management

Piani e calendari editoriali sono ottimi per tenere sotto controllo tutto ciò che riguarda il marketing (se non hai letto il post precedente, lo trovi qui), ma ogni tanto bisognerà pur lavorare! Oggi parliamo quindi di project management per traduttori, ossia come organizzare la gestione dei vari progetti di traduzione. L’anno scorso avevo un banale foglio Excel su Google Drive e, nonostante contenesse i dati di base per permettermi di monitorare i progetti, le fatture inviate e lo stato dei pagamenti, mancavano informazioni importanti sul progetto, sul fatturato, su eventuali istruzioni specifiche, sul tempo impiegato per completare un dato progetto. Fortunatamente ho una buona memoria, perciò mi ricordo facilmente scadenze e requisiti, ma il metodo nel complesso non era efficiente.

Nell’ambito dell’esperimento Organizzazione 101, a gennaio ho quindi testato due metodi alternativi: uno cartaceo e uno digitale.

POTERE DEI TEMPLATE PERSONALIZZATI SU CANVA, VIENI A ME!

Presa dal sacro fuoco della creazione su Canva, ho realizzato questo modello:

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Volevo scriverci “It’s a beautiful day to save lives”, come diceva il buon Derek Shepherd, ma  non ci sarebbe entrato.

Ho diviso la pagina in sei riquadri con tutte le informazioni di solito necessarie per un progetto.

  1. Info generali: titolo (del documento/i, anche fittizio, giusto per ricordarsi di quale progetto si tratta), servizio, combinazione linguistica, numero di parole (che può essere sostituito con cartelle, ore, minuti di audio/video a seconda del caso), argomento, prezzo per unità e prezzo totale.
  2. Date: data di inizio e scadenza
  3.  Specifiche del file da consegnare: numero e formato dei file da consegnare, più info su TM , glossario, varie ed eventuali
  4. To do list: per avere un’idea di dove sono nel corso del progetto, soprattutto nel caso di progetti corposi o a lungo termine. Ho aggiunto la voce TEMPO, per monitorare la mia velocità per vari tipi di testi e rendermi conto con precisione della mia produttività (e alzare i prezzi, se necessario).
  5. Varie fasi del pagamento: se ho ricevuto il PO o il preventivo firmato, se e quando ho inviato la fattura, se e quando ho ricevuto il pagamento e l’importo effettivo in dollari canadesi (visto che da Paypal al conto bancario con la conversione si perde sempre qualcosa)
  6. Note. Varie ed eventuali

Considerazioni generali: Sono una patita della scrittura a mano e avere tutte le informazioni che mi servono disponibili a colpo d’occhio è utile. Non è un metodo ideale quando si hanno tanti progetti piccoli, perché ci si ritrova con cataste di fogli e compilare la scheda richiede quasi più tempo della traduzione in sé. A livello psicologico, invece, l’idea che “finché ci sono fogli sulla scrivania, c’è qualcuno che mi deve dei soldi” mi fa sentire più ricca. 😀 

 

PROTEMOS IL TITANO AMICO DEI TRADUTTORI

Protemos – da me ribattezzato Prometeo perché così me lo ricordo meglio – è un sistema di project management per traduttori freelance e agenzie di traduzione. Ha solo pochi mesi di vita, ma nel complesso mi sembra molto completo. Ecco alcune delle sue funzioni principali:

Account: puoi inserire le tue informazioni di base, caricare il tuo logo, impostare i promemoria da ricevere nell’inbox a seconda delle tue esigenze. In modalità freelance non è possibile aggiungere altri utenti, ma le agenzie possono aggiungere “vendors” a cui assegnare progetti.

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System values: Informazioni ad hoc per i tuoi progetti di traduzione: combinazioni linguistiche, servizi offerti, metodi di pagamento e persino CAT logs. I CAT logs sono dei modelli personalizzabili a seconda del cliente, in cui inserire le tariffe offerte per matches e repetitions in vari CAT tools. Quelli supportati per il momento sono Trados 2007, Trados 2014/2015, MemoQ, Wordfast 3, Wordfast 4, Lionbridge Translation Workspace.

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Clients: qui puoi inserire le informazioni sui tuoi clienti. In alto i dati della persona di riferimento e in basso della sua compagnia.

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Quotes: La sezione preventivi consente di inserire le info di base di potenziale cliente e potenziale progetto, caricare i file, caricare il cat log ricavato dall’analisi eseguita nel proprio CAT tool e infine creare uno o più “receivables” con le tariffe da applicare. Si scarica quindi il PDF e, una volta inviato, è possibile cambiare lo status su “sent”. Se è il nostro giorno fortunato e il preventivo viene accettato, è presente anche la comoda opzione “convert to project”.

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Esempio di preventivo fittizio con tariffe fittizie (purtroppo Pinco Pallino non mi deve 400$)

Projects: Altrimenti si può creare un nuovo progetto inserendo manualmente le informazioni. Ogni progetto le seguenti schede: files, finances, cat logs. Io di solito non carico file, ma immagino l’opzione sia utile ad agenzie e outsourcer, che possono condividere i file con il proprio traduttore direttamente sulla piattaforma. In finances si possono creare receivables che verranno poi convertiti in invoices. Ogni receivable supporta un solo servizio, perciò se si ha, ad esempio, un progetto di traduzione e sottotitolaggio, bisognerà creare due receivables che poi verranno incorporati nello stesso invoice. Ogni receivable può essere creato a partire da una flat rate, rate per unit o da un cat log caricato in precedenza. Una caratteristica che a me piace molto è la conversione automatica di valuta fatta dal sistema nel caso in cui il pagamento sia in una valuta diversa dalla propria.

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Finances: Presenta 3 schede: receivables, invoices e payments. Il primo è un elenco di tutti i receivables creati, che possono essere raggruppati in invoices e, come i preventivi, mandati al cliente in formato PDF. Il secondo è un elenco di tutti gli invoices creati e il terzo è l’elenco di tutti i pagamenti ricevuti. Il tutto può essere esportato anche in Excel.

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Reports: Sezione che non ho ancora esplorato a fondo per mancanza di dati, analizza le informazioni inserite nel corso del mese e crea una serie di grafici su importo fatturato mensile, importo fatturabile, pagamenti ricevuti, importo fatturato diviso per cliente, per periodo di tempo, etc.

Considerazioni generali: 1. è un sistema estremamente intuitivo, ti basta giocarci per un giorno o due per imparare a usarlo senza alcun problema (se ce l’ho fatta io, ce la possono fare davvero tutti). 2. la versione freelance è GRATIS e gli sviluppatori hanno garantito che tutte le funzioni disponibili al momento rimarranno sempre e comunque gratuite. Eventuali funzioni aggiuntive potrebbero essere messe a disposizione a pagamento in futuro, ma quello che il sistema già offre mi sembra più che sufficiente per tutti i progetti di traduzione standard.  La versione per le agenzie è a pagamento e il prezzo dipende da quanti account si vogliono collegare (a meno che non si vogliano investire 3600 USD per l’uso illimitato).

AND THE WINNER IS…

Nonostante il cartaceo vinca la battaglia del mio cuore, devo ammettere che Prometeo è più completo, più eco-friendly e più facile da gestire soprattutto quando si lavora on-the-go in giro per la città, per il paese e per il mondo (come spesso mi capita).

È il tuo turno! Tu come tieni organizzati i tuoi progetti? Hai suggerimenti o programmi utili? Condividi la tua esperienza nei commenti! 🙂

Redenzione di una disordinata cronica: Piano e Calendario Editoriale

Ciao, mi chiamo Federica e sono una disordinata cronica. Mi espando come un gas, più spazio ho a disposizione, più ne occupo con le mie cianfrusaglie. Questo vale anche per il lavoro, nonostante sia molto ordinata quando sono alle dipendenze di altri, lasciata alle mercé di me stessa, dissemino file in ogni angolo del computer, perdo cose, sono una frana. Sulla mia lista dei buoni propositi di quest’anno, quindi, non poteva che comparire la voce “essere più organizzata”: basta anarchia tra le cartelle, fatture volanti o mandate in ritardo, ore perse a cercare articoli da pubblicare sui social media, destino del blog lasciato al buon cuore o ai sensi di colpa.

Armata di buona volontà, ho navigato il grande Google alla ricerca di agende, calendari editoriali per blogger, metodi efficaci per monitorare le finanze e i progetti e compagnia bella. Nonostante abbia trovato molte risorse interessanti, c’era sempre un qualcosa che non quadrava: il design di questo, le dimensioni di quello, voci mancanti, spese di spedizione al modico prezzo di un rene. Ho deciso quindi di prendere in mano le redini del mio destino e crearmi dei template da sola, fatti su misura per le mie esigenze, con tanto di disegnini personalizzati a seconda della stagione e colori di mio gradimento. Da qui è nato il nuovo esperimento, Organizzazione 101, diviso in 3 parti.

  1. Piano e Calendario Editoriale blog e social media (il tema di oggi)
  2. Checklist per ogni progetto di traduzione e review mensile generale
  3. Finanze: spese personali, entrate e uscite lavorative (versione personalizzata del Kakebo)

Parte #1 – Piano e calendario editoriale blog e social media

Constatazione iniziale: Il “pubblico quando ho tempo” sui social non mi convince, la costanza è un requisito importante per acquisire visibilità. Il “pubblico quello che di interessante mi passa sotto gli occhi” potrebbe anche funzionare, ma mi costringe a passare quantità immani di tempo sui social, che preferirei utilizzare in altro modo.

Obiettivo: Aumentare la costanza e ridurre il tempo di ricerca.

Materiali:

Canali scelti: Blog, Facebook e Twitter (principali), Instagram (perché mi diverte) e LinkedIn (secondario). L’uso di Google + e Pinterest è volutamente limitato alla diffusione dei nuovi post del blog.
Template: piano editoriale mensile, calendari editoriali per i canali scelti
Colori, forbici, colla
Buona musica e allegria

Procedimento:

  • Stabilire la frequenza di pubblicazione desiderata. Nel mio caso 2 post in italiano al mese sul blog, più uno in inglese sul sito. 3 post al giorno su Facebook e Twitter, 2-3 post alla settimana su Instagram con hashtag ricorrenti e su LinkedIn.
  • Stampare un piano editoriale mensile in formato A3 (in realtà doveva essere A2 ma in copisteria hanno sbagliato tutto). NB. Non dimenticare il personaggio guida del mese: per gennaio ho scelto Olaf (a febbraio c’è una tazza sorridente di cioccolata calda e a marzo Bambi).

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  • Stampare piccole icone dei social media utilizzati. Visto che stampare a colori costa dindini preziosi e a me piace colorare, le ho preparate in bianco e nero e le coloro da sola di mese in mese.

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  • Preparare il piano del mese incollando le varie icone sui giorni desiderati. Per non affollare visivamente il mio mese, invece che utilizzare 3 icone di twitter e facebook ogni giorno, le attacco solo sulle date in cui servono a promuovere un post personale (ad esempio la condivisione di un articolo appena uscito sul blog, una foto o un evento specifico). Io sono partita stabilendo la data di pubblicazione dei post del blog e ho popolato il resto di conseguenza, ma ognuno può seguire la procedura più adatta alle proprie esigenze.
  • E… questo è il risultato!
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    A me piace molto: mi mette di buonumore e la mattina appena entro nel mio micro ufficio, ho un’idea immediata di quello che devo fare a livello social.

 

  • Passiamo ora ai calendari editoriali

 

a. Blog. 5Ogni post ha una parte di brainstorming e una parte dedicata alla condivisione. Il brainstorming include un possibile titolo (che non deve essere per forza definitivo), l’argomento da trattare, i punti da trattare (FONDAMENTALI, vista la mia tendenza allo sproloquio), idee per le foto da includere e call to action se è prevista. La parte di condivisione invece contiene la data prevista per la pubblicazione e una checklist dei vari canali (utile se preferisci condividere un articolo in giorni diversi su canali diversi o più volte sullo stesso canale in giorni diversi). Per adesso sto provando a fare il brainstorming mese per mese, così l’angoscia di dover pensare a un argomento da trattare si riduce a 12 volte l’anno invece che novecentomila.

 

 

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b. Facebook. Ha il suo bel piano settimanale con 3 post al giorno. Il post in italiano, se c’è, verrà pubblicato la sera tra le 11 e mezzanotte, ossia quando in Italia è mattina e ha una migliore visibilità, mentre quelli in inglese vanno bene a qualsiasi orario. Dedico 30-45 minuti la domenica alla ricerca di articoli interessanti da pubblicare, li inserisco in Pocket e poi li condivido nel corso della settimana. Non mi piace automatizzare con programmi tipo Hootsuite perché voglio avere la libertà di cambiare l’articolo all’ultimo, a seconda delle circostanze o se esce qualcosa di interessante nel corso della settimana che cattura la mia attenzione e che voglio abbia la precedenza.

 

 

2c. Instagram. Ha il calendario mensile, visto che i post saranno solo 3 a settimana. Anche questo viene definito settimanalmente (non è detto che abbia già le foto pronte, ma l’idea sì).

d. Twitter. Data la sua velocità, lascio che Twitter sia anarchico. C’è sempre qualcosa di interessante da ritwittare, ma come backup ho un foglio di appunti su cui annotare articoli o notizie interessanti che trovo, con i vari hashtag che mi interessano di più.

e. LinkedIn non ha il template perché prende in prestito dal calendario di Facebook (si capisce che non mi sta molto simpatico?)

 

 

Conclusioni: Il sistema ha solo dieci giorni di vita, perciò è ancora presto per saltare a conclusioni definitive. Sicuramente lo stress e l’angoscia da social media si sono ridotti, basta uno sguardo al mio piano la mattina per sapere esattamente cosa devo fare, tutto è pronto sui miei calendari e ho comunque la libertà di condividere post dell’ultimo momento come mi pare e piace. Per ora il sistema è promosso!

Tutti i template sono facili da realizzare con programmi quali Canva, ma fammi sapere se ti piacerebbe avere i miei da scaricare! Ti basterà condividere questo post (e farmelo sapere in qualche modo, commentando qui o su Facebook, via email, tramite segnali di fumo, a te la scelta). Te li invierò senza il mio logo, così li puoi personalizzare 🙂

Nel prossimo post, una checklist per tutti i tuoi progetti di traduzione e una review mensile in 4 stili diversi (uno per trimestre) per fare il punto della situazione a livello personale e lavorativo 🙂

Call it Magic: bilanci, obiettivi e nuove avventure

L’altroieri sera si sono chiuse le porte del 2016 , qui a Vancouver sotto l’ennesima coltre di neve della stagione, e stamattina, nella nuova casa, di fronte al caminetto finto che non funziona, avvolta nel piumone in compagnia di una tazza di cioccolata calda, è tempo di bilanci. Se dovessi dare una forma al mio 2016 sarebbe sicuramente un turbine: di esperienze, di emozioni, di colori, di luoghi, di parole, di obiettivi raggiunti e non raggiunti, di desideri, di progetti, di errori. È stato un anno stressante, ma altrettanto gratificante, in cui sento di aver gettato le basi di qualcosa ancora più grande di me, ma in cui credo molto.

Pochi giorni fa Words in Wonderland spegneva la sua prima candelina, a un anno di distanza da quel post sui buoni propositi del 2016. È tempo di rispolverarlo, per vedere cos’ho davvero combinato in questi 366 giorni.

Propositi 2016 in Review:

1/ Creare il mio brand: check! Quello che ha portato a Ikigai Translations è stato un percorso lungo e travagliato, fonte di ansia e dubbi amletici, ma di cui ora posso dire di essere orgogliosa. È ancora da migliorare sotto vari punti di vista, ma chi inizia è a metà dell’opera, no? Se sei anche tu agli inizi e ti interessa il mio esperimento di branding fai-da-te, in cui parlo di ispirazione, procrastinazione, logo, sito internet, puoi dare un’occhiata qui.

2/ Continuare a specializzarmi: check! Se fosse per me, la formazione non sarebbe mai abbastanza, la lista di corsi interessanti che mi piacerebbe seguire non fa altro che allungarsi. Quest’anno mi sono focalizzata soprattutto sulla traduzione editoriale, sull’ambito dei sottotitoli e sull’aspetto business, ma ho già un programma ricco per il 2017.

3/ Networking: check! Sgusciare fuori dalla mio mantello dell’invisibilità è stata una delle sfide maggiori dell’anno, ma è stato anche il passo che mi ha regalato le soddisfazioni più grandi. Sono stata alla Translation and Localization Conference di Varsavia, al workshop sulla traduzione della letteratura fantasy e a Italiano Corretto a Pisa, alla fiera del libro di Bologna e ho avuto la fortuna di conoscere persone straordinarie, che rappresentano per me una continua e inesauribile fonte d’ispirazione. È stato un po’ come tornare alla scuola elementare, quando il primo giorno venivo presentata alla classe come “la bambina nuova” e stavo lì impalata, sorridente e in imbarazzo, per poi trovare tra quei banchi delle persone che sarebbero diventate fondamentali “amiche per la vita”.

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A sinistra con Gala, Marta e Valeria; a destra con Irene e Alice

 

4/ Portare avanti il blog con regolarità e rafforzare la presenza online: check! Diciamo che la regolarità sul blog un pochino mi è mancata nei mesi centrali dell’anno, ma ho recuperato postando più di frequente verso la fine. Ho ricevuto tantissimo supporto e commenti positivi che non mi aspettavo e spero questo piccolo spazio di sproloqui continui a crescere.

5/ Continuare a perfezionare le mie capacità linguistiche e aggiungere lingue nuove: nì. Ho cercato di tornare a parlare e leggere in giapponese con più regolarità rispetto al 2015, ma ho dovuto accantonare a malincuore il finlandese per mancanza fisica di tempo, almeno per il momento.

6/ Leggere di più in italiano: failed! Principalmente perché la biblioteca non è molto fornita, ma conto di rimediare quest’anno grazie al potere del Kindle.

7/ Gestire il tempo in modo più efficiente: si può migliorare. Non sono ancora lontanamente vicina al livello di produttività che vorrei raggiungere, ma sto cercando di procedere per gradi.

8/ Credere di più in me stessa. Meh. Purtroppo la sindrome dell’impostora e del “non sono capace, dovevo andare a fare la venditrice di ghiaccioli ai pinguini nel Sahara” è sempre dietro l’angolo, ma ci sto lavorando.

Il 2016 mi ha portato anche La bottega dei traduttori, molti progetti interessanti, sprazzi di creatività che non pensavo di avere, dei bellissimi viaggi – alle Hawaii, in Polonia e nel mio amato Giappone – ma anche la scoperta di gemme di Vancouver che non conoscevo, la consapevolezza che se una giornata ha 24 ore non posso riempirmi di cose da fare come se ne avesse 48, e la convinzione che vivere con la meraviglia negli occhi rende il mondo più bello.

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Hawaii

In vista dell’anno nuovo, ho fatto poi l’esperimento della “parola dell’anno” e ne è risultato che il mio 2017 sarà all’insegna della magia e dell’avventura!

Quest’anno lavorerò quindi per:

  • Organizzare meglio il mio business a livello pratico (finanze in ordine, planning fatti per bene, fatture sempre sotto controllo)
  • Rendere più visibile il mio sito internet (più SEO e Google Analytics)
  • Iniziare a muovermi verso un target più specifico di clienti
  • Veder pubblicato il libro per La bottega dei traduttori su cui sto lavorando da mesi, ma che ancora è lontano anni luce dall’essere vagamente accettabile
  • Incontrare e reincontrare di persona colleghe e mentori che ho conosciuto online nel 2016
  • Dedicare un pochino di tempo a me stessa e alla mia famiglia (vicina e lontana) senza sentirmi in colpa o avere l’ansia di non riuscire a fare tutto quello che devo fare
  • Iniziare a lavorare a un progetto top-secret su cui mi sto arrovellando da un po’, ma che richiede disciplina, risorse e coraggio.

Infine, farò del mio meglio per non farmi risucchiare dall’abitudine e cercare di vivere ogni giorno seguendo le mie parole dell’anno: magia e avventura!

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[Quarry Rock – Vancouver. Questa è mia sorella, la mia foto era troppo brutta per essere condivisa pubblicamente]