Gioie e dolori del tradurre dal giapponese #2

Eccoci al secondo appuntamento con le gioie e i dolori del tradurre dal giapponese (giuro che è l’ultimo in cui parlo di grammatica!).

Gioia/dolore n.3: il TU e i suffissi onorifici

Gli “appellativi”, apparentemente innocui, possono nascondere svariate insidie: indicano, infatti, relazioni tra interlocutori che possono essere basate su differenza di età, sesso, posizione sociale o fattori psicologici quali cortesia o intimità. [E non parliamo solo di giovane che deve dare del Lei all’anziano, ma anche di quattordicenne che deve utilizzare un certo grado di formalità con il compagno di scuola sedicenne] È fondamentale, quindi, al momento della traduzione, una conoscenza culturale della gerarchia dei rapporti del testo di partenza.
Facciamo un esempio. In giapponese, i termini che indicano la seconda persona singolare soggetto sono almeno cinque (anata, anta, kimi, kisama, omae) e assumono connotazioni diverse a seconda del contesto e del rapporto tra gli interlocutori. In italiano, in cui siamo limitati alla sola forma generica “tu”, non possiamo far altro che ricorrere a perifrasi oppure rinunciare a parte di quella sfumatura.

Nella frase seguente, un ragazzino di scuola media sta tentando di chiedere a una coetanea di uscire con lui, con quel tono un po’ strafottente dell’adolescente che in realtà se la sta facendo sotto, ma vuole che lei si senta onorata di aver ricevuto il gran dono della sua compagnia.

Es. JP 今日さ、お前ひま?っていきなり聞いてきた。
[Kyousa, omae hima? Tte ikinari kiitekita.]
IT Oggi te sei libera? Mi ha chiesto, così dal nulla.

Omae”, termine usato di solito in tono dispregiativo o comunque assai poco formale, è stato reso qui con “te”, per rendere il tono colloquiale del discorso.

Bisogna notare peraltro che l’uso per pronome “tu” in giapponese non equivale sempre al “tu” italiano, ma indica uno stretto grado di intimità o una vena dispregiativa o aggressiva più o meno marcata. Per esempio, userei “anata” per chiedere qualcosa a mia sorella, ma con i miei amici prediligerei una forma “nome proprio + suffisso onorifico (a seconda del grado di amicizia)”.

Altra caratteristica tipicamente giapponese è l’uso dei suffissi onorifici, la cui assenza in italiano li rende di difficile traduzione. Come sicuramente saprà chi ha avuto l’occasione di vedere film o cartoni animati giapponesi in lingua originale, i giapponesi attaccano alla fine di ogni nome proprio una particella che identifica subito il rapporto gerarchico tra gli interlocutori. Troviamo quindi il suffisso –chan, affettuoso o informale, di solito per nomi femminili e il corrispettivo –kun per i nomi maschili; -san per un maggior grado di distanza, -sama per porre l’interlocutore in una posizione più alta rispetto alla nostra; –rin, –tan come suffissi diminutivi, ecc… Perciò, io sono Fede-chan per i miei amici, Federica-san per una persona che ho appena conosciuto o con cui non sono troppo in confidenza e Federica-sama nelle email di Amazon (che mi pone in una posizione superiore in quanto cliente).
Nella traduzione italiana, la scelta può essere ambivalente: lasciare tutti i suffissi come nell’originale oppure ometterli e chiarire in altro modo la gerarchia tra i parlanti.

onorifici

Gioia/dolore n.4: Nomi propri

I nomi propri di norma vengono considerati delle semplici etichette a puro scopo denotativo, tuttavia possono essere portatori di identità razziale, etnica, nazionale e religiosa e avere carattere connotativo all’interno del testo (Harry Potter docet). Nel caso specifico dei nomi giapponesi, l’utilizzo dei kanji per i nomi propri di persona dà loro una valenza semantica che nella traduzione risulta quasi impossibile mantenere. Se non sono connotati, lasciarli in originale è sicuramente la scelta migliore (e indolore), se lo sono bisognerà spremersi le meningi.

Come esempio, voglio proporre l’incipit di un racconto che ho tradotto, intitolato proprio Il nome.
“Come compito a casa dovevo scrivere un tema intitolato «L’origine del tuo nome». Avevo circa 10-11 anni, se non ricordo male. Tornata a casa, chiesi a mia madre l’origine del mio nome. Alla sua risposta assai brusca: Haruko perché sei nata in primavera, il mio nome, che già prima non mi piaceva un granché, iniziò a divenirmi odioso.”

Il nome Haruko è un composto di Haru 春 (primavera) + Ko (bambino, figlio) e letteralmente significa quindi “figlia della primavera”. In questo caso quindi è un nome fortemente connotato, in quanto la sua “banalità” costituirà il leirmotiv dell’intero racconto. [Che puoi leggere per intero qui, se la vicenda ti incuriosisce].
Dopo lunghe elucubrazioni, ho optato per una breve nota a piè di pagina, in quanto una spiegazione all’interno del testo mi sembrava lo appesantisse eccessivamente (soprattutto considerato il ritmo del testo a frasi brevi e secche), per non parlare della sua sostituzione con un nome italiano che avrebbe snaturato il testo su molteplici livelli.

Tu come avresti risolto? 🙂

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2 thoughts on “Gioie e dolori del tradurre dal giapponese #2

  1. Grazie, Fede-chan, interessante come sempre 🙂
    Per il racconto forse avrei aggiunto un inciso: “Haruko, figlia della primavera, perché sei nata in quella stagione.”
    Ovviamente in originale suona ridondante, ma in italiano è un’alternativa alla nota che non mi dispiace. O credi che in questo caso avrebbe appesantito il ritmo?

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    1. Grazie a te per essere così fedele ai miei post , sono molto onorata 🙂 L’idea dell’inciso mi piace molto, proverò a rileggere tutto il racconto usando la tua soluzione e vedere come suona 😉

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