Gioie e dolori del tradurre dal giapponese #1

Dopo il post poetico della scorsa settimana (che puoi recuperare qui, nel caso te lo fossi perso), inauguro oggi una mini-serie sugli aspetti un po’ più tecnici della traduzione dal giapponese, sperando di riuscire a tenere vivo l’interesse e a non far morire di noia nessuno.
Nel processo di traduzione da qualsiasi lingua, è inevitabile imbattersi in una serie di problemi, che possono essere strettamente linguistici, terminologici, culturali, stilistici, ecc… Se dovessi analizzarli tutti ne verrebbe fuori un trattato di dimensioni bibliche, perciò mi limiterò a quegli aspetti un po’ più distanti dall’italiano.

Gioia/dolore n.1: Onomatopee ed espressioni mimetiche

Le onomatopee sono l’incubo di ogni traduttore nipponista (ma in fondo anche una grande soddisfazione, quando si trova la resa che calza a pennello). Che sia un verbo, un avverbio, un aggettivo, non ha importanza: il giapponese, appena trova uno spiraglio, ci infila un’onomatopea [e non esagero, nelle 200 pagine di un libro che ho analizzato ne ho contate quasi 400].
Per essere davvero precisi, bisogna dividere queste espressioni in due categorie: onomatopee nel vero senso della parola (chiamate giongo), ossia parole che imitano suoni reali, ed espressioni mimetiche (gitaigo), ossia parole che descrivono foneticamente situazioni che non producono suoni, come emozioni, movimenti o stato delle cose.

Qualche esempio? Batabata indica qualcosa di frenetico, gangan è il bere a grandi sorsi, patapata è il rumore delle ciabatte quando si cammina trascinando leggermente i piedi, yoroyoro è il camminare malfermi sulle gambe, noronoro è invece la camminata lenta a passo di lumaca, shakishaki è il rumore delle forbici, boribori è lo sgranocchiare… e potrei continuare all’infinito.

Se, in traduzione, dovessimo andare ogni volta alla ricerca di un’onomatopea corrispondente,
1. saremmo da ricoverare con un esaurimento nervoso dopo una settimana
2. falliremmo miseramente in ogni caso, visto che l’italiano nell’80% dei casi non presenta un equivalente
3. il nostro libro/articolo/testo suonerebbe molto simile a un fumetto.

Fortunatamente l’italiano è una lingua piuttosto ricca a livello lessicale e ci permette di ovviare a questa forte impronta fonetica con avverbi, aggettivi, verbi, parafrasi ed espressioni idiomatiche; a volte, tuttavia, qualora andassero ad appesantire eccessivamente il testo, ometterne qualcuna non è un crimine.

onomatopoea

Dolore n.2  Espressioni fatiche (Aizuchi)

Le cosiddette espressioni fatiche sono utilizzate nel discorso per mantenere un rapporto amichevole con l’interlocutore durante una conversazione e mostrare interesse nei confronti di ciò che sta dicendo.  Sono considerate espressioni fatiche ad esempio i saluti o le frasi fatte che si utilizzano all’inizio di una conversazione, le espressioni di adulazione o le espressioni diplomatiche per mantenere una buona atmosfera nell’interazione con l’altro.
[Tanto per fare chiarezza, quando una persona giapponese ti parla, si aspetta che tu, ogni frase o due, esprima il tuo interesse con dei suoni tipo mmm, ahah, eeeehhhh, ooooh, ahhhh e compagnia bella. Se ti limiti ad ascoltate educatamente in silenzio, l’altro penserà che stai solo facendo finta e che in realtà non te ne importa un fico secco del suo discorso.]

Qualche esempio pratico: そうだ!(da) è un intercalare d’uso frequente, sia in una conversazione per esprimere interesse nei confronti di ciò che l’interlocutore sta dicendo, sia come rafforzativo quando si parla tra sé e sé. In italiano potrebbe essere qualcosa come “ah, giusto giusto/sì sì/ecco, per l’appunto/precisamente“.
Oppure il frequentissimoよろしくお願いします (yoroshiku onegaishimasu), che letteralmente esprime una preghiera, speranza, richiesta cortese, ma di fatto può voler dire un po’ di tutto a seconda del contesto. È una formula di saluto quando ci si presenta a qualcuno per la prima volta, ma è molto comune ad esempio anche nell’accezione con cui la usa con me la mamma del mio ragazzo (del tipo, “fortuna te, ti affido mio figlio, tienimelo un po’ d’occhio ‘sto poretto, che da solo mica è capace), che da brava genitrice giapponese sminuisce le capacità dei propri pargoli di fronte a terzi.
La traduzione degli aizuchi è sempre un dilemma, almeno per quanto mi riguarda, ma penso sia buona pratica sfoltirli, perché in italiano tendono a spezzare molto il ritmo della conversazione.

Concludo con un simpatico quiz tratto da questo articolo per chi volesse cimentarsi [Non vale fare ricerche su internet!]

  1. nurunuru – asciutto o melmoso?
  2. pikapika – luminoso o scuro?
  3. wakuwaku – entusiasta o annoiato?
  4. iraira – felice o arrabbiato?
  5. guzuguzu – movimento rapido o movimento lento?
  6. kurukuru – movimento rotatorio o movimento su e giù?
  7. kosokoso – camminata silenziosa o rumorosa?
  8. gochagocha – ordinato o disordinato?
  9. garagara – affollato o vuoto?
  10. tsurutsuru – liscio o ruvido?

Le soluzioni sono nei commenti… Quante ne hai indovinate? 🙂

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4 thoughts on “Gioie e dolori del tradurre dal giapponese #1

  1. SPOILER ALERT! Soluzioni del quiz:
    • nurunuru – melmoso
    • pikapika – luminoso
    • wakuwaku – entusiasta
    • iraira – arrabbiato
    • guzuguzu – movimento lento
    • kurukuru – movimento rotatorio
    • kosokoso – camminata silenziosa
    • gochagocha – disordinato
    • garagara – vuoto
    • tsurutsuru – liscio

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