Traduco perché…

Traduco perché - Emily Carr
Emily Carr “Strait of Juan De Fuca” © Vancouver Art Gallery

Di recente ho seguito un interessantissimo corso online sul Brand Storytelling e tra i concetti chiave enunciati si diceva che la maggior parte dei brand sanno cosa fanno e come farlo ma pochi ne capiscono il perché, e veniva sottolineato come l’aver bene chiara in testa la ragione per cui si fa qualcosa è un grande punto di forza spesso sottovalutato. Il messaggio è arrivato forte e chiaro e mi ha rincuorata molto, infatti nel mio caso l’unica cosa cristallina era proprio il perché.

L’epifania sulle ragioni per cui volevo tradurre l’ho avuta durante il mio primo corso di traduzione letteraria giapponese all’università, grazie a un’insegnante straordinaria che rimane ancora oggi uno dei miei modelli e la mia più grande fonte d’ispirazione: Paola sensei. Lei mi ha insegnato a guardare il testo da diversi punti di vista, a cercare la parola giusta senza accontentarmi di una scelta terminologica solo passabile e mi ha fatto innamorare del processo creativo da cui nascono le traduzioni. I paragrafi che seguono sono tratti dalle conclusioni della mia tesi di laurea magistraleHo deciso di riproporli qui perché, nonostante nel frattempo abbia scoperto che il mestiere di traduttore nasconde insidie di cui all’epoca ero beatamente ignara, ogni parola rimane ancora valida.
[I traduttori tecnici mi perdonino se la riflessione è troppo incentrata sulla traduzione letteraria, penso tuttavia che il concetto di fondo rimanga lo stesso al di là della specializzazione.]

“Ho sempre amato la parola scritta: leggere, scrivere. Leggere dà la possibilità di conoscere, fornisce spunti di riflessione, ma anche una (seppur breve ed effimera) via di fuga da problemi, ansie, incertezze di cui è costellata la vita. Scrivere dà tempo per pensare, per cercare e scavare all’interno delle parole e trovare quella adatta alla situazione, allo stato d’animo, al pensiero che si contorce nella mente. Dietro un foglio di carta mi sento davvero me stessa.

Perché tradurre dunque? Perché la traduzione è quel processo che mi permette di leggere e comunicare scrivendo ciò leggo. È un processo di lettura-scrittura attraverso cui esprimere me stessa e comunicare con gli altri, rendendo tale contenuto intellegibile. Tradurre è una delle più potenti forme di comunicazione, è spiegare qualcosa, è rendere accessibile a una vastità di persone ciò che qualcuno ha detto, fatto, pensato e che altrimenti rimarrebbe oscuro. Tradurre è un atto di amore nei confronti della conoscenza. Poi tradurre è una continua ricerca, di parole, fatti, stati d’animo. Riuscire a portare a termine tale ricerca, trovando dopo ore ed ore nei recessi della memoria o in qualche libro “LA” parola cercata è qualcosa di straordinariamente gratificante. Il processo di traduzione, inoltre, è un continuo viaggio, un processo sempre in itinere che ti porta a continue e infinite revisioni, a cambiare questa virgola, quella parola, a rileggere ancora e ancora e ancora alla ricerca del ritmo e dell’equilibrio giusto. Tradurre è la possibilità di immedesimarsi nell’autore o nel protagonista della storia, essere catapultati nel suo mondo, provarne le stesse emozioni e cercare di trasmetterle al lettore successivo nel miglior modo possibile. Infine, tradurre è una sfida. La sfida di tradurre l’opera di un autore che spesso non conosci, per un pubblico eterogeneo di lettori che non conosci, la sfida di svelare attraverso le parole i misteri delle parole stesse.”

Oggi mi permetto di aggiungere, senza polemica ma con il semplice intento di educare in modo costruttivo i non addetti ai lavori, che è in parte per questo processo di elaborazione, di ricerca terminologica e di equilibrio che Google Translate non potrà mai sostituire una traduzione professionale, ma ne parleremo nel dettaglio in uno dei prossimi post. 😉

 

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